Vi conviene volare così basso?

Ne usciremo migliori. 

Durante il brutto periodo che ha conivolto la maggior parte del mondo civilizzato si diceva così. 

E i presupposti che almeno una parte di noi sarebbe riuscita ad ampliare i propri orizzonti per quanto riguarda inclusività, rispetto reciproco, sostenibilità, ritorno a valori più alti ed attenzione per ciò che ci circonda c’erano tutti. Effettivamente tutto questo può accendere l’attenzione verso gli aspetti della vita che magari nel trambusto di tutti i giorni vengono lasciati in ombra. Il nostro stile di vita ha obbligatoriamente rallentato e ci si è potuti accorgere di quanti particolari del nostro vivere giornaliero fossero veramente futili, passeggeri e con un destino preconfezionato diciamo.  

Purtroppo certi preconcetti nati negli ultimi 20 anni non sono semplici da smontare e hanno portato molte persone a pensare che tanti articoli non fossero più adatti alla vita “moderna”, avessero un costo troppo alto rispetto alla loro utilità o campo d’utilizzo e che in un’epoca caratterizzata da un’elevata disponibilità di offerta certi valori non fossero più necessari. Si è spinto e si spinge ancora moltissimo su quanto sia bello cambiare outfit tutti i giorni, ogni stagione set nuovi di articoli  riempiono gli armadi di molti di noi mentre quello che viene ritenuto vecchio finisce in pattumiera o se proprio va bene in qualche raccolta di abiti usati. 

Purtroppo nel tempo c’è stata anche una de-personificazione del concetto stesso dell’articolo in quanto oggetto effettivamente creato, prodotto da qualcuno. Non ci si rende conto che anche quanto viene acquistato ad un prezzo basso non si è materializzato per magia sugli scaffali del negozio e dietro al poco valore che gli riconosciamo è compreso il lavoro di molte persone. Persone che hanno cucito, colorato, montato, smontato, prodotto bottoni, cerniere, fili, tessuti, trasportato, esposto, venduto. Il prezzo che voi pagate comprende tutto questo e anche di più. Sembra quasi che realizzare nella propria testa tutto questo processo sia troppo e non debba riguardarci. 

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Per quanto posso ho schiacciato sull’acceleratore per quanto riguarda la divulgazione dei valori del bello&benfatto, artigianato e soprattutto consapevolezza negli acquisti. Sono convinto sostenitore del fatto che valga molto più un articolo scelto ed acquistato con attenzione ai materiali ed alla fattura piuttosto che agire d’impulso spinti da sfizi indotti, momenti di passione passeggera. Aprire i propri armadi, estrarre tutto quello che contengono per fare una cernita di quello che effettivamente può esserci ancora utile, appassionarci e attrarci ancora può essere una pratica molto salutare; ci si rende conto in maniera più approfondita di cosa guida i nostri acquisti e desideri e anche di come spendiamo i nostri soldi! Capita di ritrovare oggetti presi e mai utilizzati e di rivalutarne l’effettiva necessità/utilità. Io qui parlo principalmente del mondo legato al fashion ed a quelli articoli che portiamo a spasso per le nostre giornate ben calzati su di noi ma sarebbe riconducibile ad ogni aspetto del nostro vivere. Io però resto nel mio, non voglio sforare anche perché già questo aspetto può influenzare il mondo in cui viviamo e non poco! 

In questo vortice è stato trascinato suo malgrado chi vive ideando, creando e vendendo tutto ciò che negli anni la sua esperienza gli ha permesso di concepire, tramandare, immaginare. Chi fa parte del mondo del fatto-a-mano sta vedendo un impoverimento costante e inesorabile del valore di ciò che fa, impoverimento soprattutto a livello concettuale. La stragrande maggioranza delle persone non riesce a concepire come mai un articolo creato da una singola persona partendo da zero ed utilizzando tecniche e materiali particolari possa costare spesso 10, 100, 1000 volte più di un oggetto simile corredato PURE di brand conosciuto a livello globale. Si è riusciti a far pensare che quanto viene prodotto in serie, velocemente e con un apporto minimo di intervento umano sia più affidabile nel tempo e con un livello qualitativo più elevato a prescindere dal valore del materiale con cui è assemblato. E’ stato attuato un processo sistemico di svalutazione dell’operato umano etichettandolo come indice di approsimatività, economicità, scarso rispetto della soddisfazione del cliente e di quanto esso si esponga/impegni economicamente.  

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Così i laboratori hanno perso il loro ruolo di luoghi di tradizioni e saperi, il fascino che trasmettevano derivante dalla capacità di trasmettere dei valori fisicamente impalpabili ma in grado di fornire uno strumento atto a fornire sostentamento in maniera autonoma è stato via via svilito. Si è voluto puntare il dito sul concetto che una cosa simile fosse foriera di semplice “sopravvivenza” ben lungi dall’opulenza prospettata, ma vera chimera, di quanto si potesse acquisire senza “sporcarsi le mani” grazie ad impieghi con remunerazioni fisse, in luoghi più ordinati, inquadrati e, a volte solo idealmente, più accoglienti. Per carità non dico che il mondo dell’artigianato sia senza peccato eh, anzi. Gli artigiani hanno una gran bella parte di colpa in questo processo. Se da una parte si è denigrato un certo modo di vivere/lavorare dall’altro c’è stata una grande incapacità di affrontare i cambiamenti. Il mondo al di fuori dei laboratori stava e sta evolvendo in vari termini tra cui quello della capacità di collaborare, creare sinergie, inclusività, sostenibilità, apertura e ultimo ma assai importante oggi capacità di presentarsi in maniera interessante al pubblico delle nuove generazioni. Dall’altra parte spesso si è preferito chiudersi nel proprio mondo personale fatto di attrezzi, spazi ridotti, metodi tramandati ma non divulgati al di fuori, diffidenza verso il nuovo e soprattutto verso ciò che viene ritenuto superficiale, non adatto a qualcosa di così pratico, concreto come un articolo creato a mano. Gli artigiani molto spesso hanno operato una sorta di autoghettizzazione che purtroppo ha tagliato loro i contatti con le nuove generazioni e questo perché non si sono resi conto che a differenza di appena 50anni fa non sono più INDISPENSABILI.  

L’incapacità di comunicare e di confrontarsi anche con le nuove generazioni di acquirenti sta portando lentamente ma inesorabilmente alla sparizione di molti laboratori. Perché non basta denigrare un articolo di produzione di massa ritenendolo semplicemente dozzinale, sovra prezzato e per questo non degno di attenzione. Invece serve anche spiegare a chi tende ad acquistare questo genere di articoli dove stanno le DIFFERENZE e perché ci sono in ambito di materiali, prezzi, fattura. Altrimenti, ponendo semplicemente un muro di spocchioso disprezzo l’utente finale ha solo la sensazione di veder denigrate le proprie scelte per partito preso, si ha la sensazione che sia solo perché non si compra presso di “loro”. E si allontanano. Chiudersi al mondo tiene distanti quei rari che vorrebbero approfondire e magari imparare, facendo così proliferare quei confronti impietosi che molti artigiani si sentono fare: “perché se nella grande distribuzione questo costa 10 lo stesso articolo da voi costa 150? Perché dovrei prenderlo qui, non ha senso, siete matti, ci vuole un attimo a produrlo, non siete mica lo stilista tizio&caio … ecc ecc ecc “ . Voi non avete idea di quante centinaia di volte io abbia sentito queste argomentazioni! 

E’ un serpente che si mangia la coda; molti non riuscendo ad affrontare più certi argomenti, lo svanire della fila di clienti per raggiunti limiti di età/mancato ricambio generazionale degli stessi, incapacità di utilizzare e sfruttare a proprio vantaggio ciò che il mondo odierno mette a disposizione si lasciano svanire, morire. Chiudono. Si arrendono. I possibili clienti lo vedono come un’ineluttabile segno del tempo che giustifica e avvalora ogni tesi riguardante l’anacronismo di certe attività. 

Il circolo si chiude, i pochi che resistono puntano giustamente sull’eccellenza e su chi può permettersela ma così si perde e si impoverisce il tessuto medio sia dei servizi sia della clientela. “l’uomo – della – strada” si convince certe cose siano solo bizzarrie da ricchi, che i materiali non siano importanti e che una cosa valga l’altra se non brandizzata in modo universalmente riconosciuto come di valore. Un gran peccato perché ci toglie la possibilità di sperimentare cosa voglia dire un articolo che accompagna per anni il suo possessore, che possa essere riparato evitando così nuove spese, che i segni del tempo magari lo rendano più interessante ed in grado di raccontare e ricordare certi momenti vissuti a lungo negli anni.   

Se si vuole davvero salvare non solo un comprato produttivo importante per il nostro paese ma un vero e proprio settore culturale c’è bisogno dell’aiuto di molti attori non ultimo quello rappresentato da chi ci governa.  Serve aiuto per riportare nuove leve nei laboratori, serve aiutare chi apre da poco servizi artigianali a farsi conoscere, valorizzare, apprezzare. Bisogna far si che chi prende un apprendista possa permetterselo puntando sul fatto che sia un investimento per il futuro non solo dell’artigiano ma della comunità. Non che sia visto come un lusso che il laboratorio evidentemente può permettersi e quindi un’ulteriore fonte di tassazione.  Sostenere le scuole di arti & mestieri.  

Ad oggi cercare di far tornare l’interesse per questo tipo di mondo, per le sue peculiarità e qualità sta diventando quasi una battaglia contro i mulini a vento. Sempre più artigiani si domandano “perchè continuare?” in un paese in cui non c’è il minimo indizio di voler rallentare i ritmi in favore di uno stile di vita più consapevole e tornare a valori che potrebbero portare vantaggi a livello economico, sociale e culturale? Quando ho a che fare con qualcuno di loro che vuole gettare la spugna sento tanta amarezza, sfiducia e la maggior parte delle volte non si riesce a far cambiare idea… e io la vivo come una grande sconfitta.  

Mi piacerebbe molto se chi sta leggendo questo si fermasse almeno per un attimo a pensare a cosa implicano le sue scelte di tutti i giorni e realizzasse quanto questo possa realmente influenzare il mondo che ci circonda.  

Buoni passi.   

PELLE & SOSTENIBILITA’ ; possono convivere?

Negli ultimi anni c’è stata una sorta di demonizzazione degli articoli in pelle. Questo perché come molti pensano per creare un articolo in pelle serve UCCIDERE un essere vivente e dal punto di vista morale questo è fondamentalmente sbagliato dato che non viviamo nell’era delle caverne e non ne abbiamo estremo bisogno per ripararci. Fortunatamente. Il ragionamento in sé non farebbe una grinza se non fosse che la stragrande maggioranza delle volte gli articoli in pelle non sono la conseguenza di un omicidio per dei beni fini a sé stessi. Esatto, perché in realtà quasi tutti gli articoli in pelle sono ottenuti dagli scarti dell’industria alimentare.

Forte eh, chissà quanti di voi non ci avevano mai pensato ?! Ovviamente stiamo parlando di pellami comuni come vitello o agnello ad esempio che però rappresentano da soli la stragrande maggioranza. E già così potete cominciare a vedere che tanto male un articolo in pelle non è poiché anzi produce una sorta di riciclo e riutilizzo di una parte che altrimenti andrebbe buttata con enorme spreco. Poi perché è possibile considerarlo un materiale sostenibile? Perché la sostenibilità non deriva solamente dal processo per avere il materiale in sé ma dipende in grande parte anche dalla DURATA e dalla possibilità di RIPARAZIONE o meno che un articolo presenta.

E qui vi sfido a battere la pelle. E’ innegabile che un BUON articolo in pelle se trattato con le giuste attenzioni sia praticamente eterno. Quanti di voi hanno ereditato giacche, gonne, borse, cappotti e chi più ne ha più ne metta da amici, parenti? E vogliamo parlare di quelli che si trovano nei mercatini dell’usato? Spesso hanno mantenuto le loro qualità a dispetto degli anni ed altrettanto spesso per farli tornare morbidi bastano semplici trattamenti.

Continuiamo, quale altro materiale è facilmente lavorabile e permette ad un capo-articolo di essere rimodellato o rimesso a modello a seconda del cambio delle mode-tendenze? Andiamo avanti con le qualità: tiene bene la pioggia, il vento, la sabbia, più invecchia più aumenta il fascino grazie alle sfumature che assume.

Pensate alle scarpe in pelle o cuoio, sono capaci di durare decenni con pochi accorgimenti, sono modificabili spesso a piacimento del proprietario e se si danneggiano sono riparabili più facilmente. Quindi in cosa si traduce tutto ciò? Ovvio, una maggiore durata della vita di un articolo diventa automaticamente una minore necessità di acquisto o rinnovo guardaroba. La maggior parte dello spreco odierno di materiali e risorse è dovuto alla durata sempre minore della maggior parte degli articoli che acquistiamo. Materiali e confezionamento scadenti non possono che portare a risultati scadenti. Questo vale anche per la pelle eh, un articolo dal prezzo troppo conveniente nasconde sempre delle sorprese. Valutate spessore, morbidezza, peso ed ODORE di quanto state per comprare. Con poca attenzione in più potrete fare ottimi affari che si tradurranno già nel breve periodo in un buon risparmio di denaro dovuto a tutti i fattori di cui sopra.

Volete VERAMENTE aiutare la lotta allo spreco e all’uccisione di animali? Bene, allora DIMINUITE DRASTICAMENTE IL VOSTRO CONSUMO DI CARNE. Non vi sto dicendo di diventare vegetariani o vegani, ma di ridurre. Io sono passato da 4 volte a settimana (!!!) a 2-3 volte al mese. Sto benissimo e più che in forma, basta calibrare un minimo la dieta. La produzione massiva di carne a scopo alimentare è da sola responsabile di: elevate emissioni di gas serra ( anche le semplici flatulenze dei bovini <non ridete> contribuiscono molto! ) , disboscamento per aumento pascoli e produzione di foraggi, elevatissimo consumo idrico, allevamento intensivo in condizioni agghiaccianti, impoverimento del tessuto sociale in molti paesi.

Non poco mi pare eh?! Ripeto, non serve diventare vegetariani anche a me la carne piace e non riesco a privarmene del tutto, ma RIDURRE farebbe bene a tutti i livelli.

Come in TUTTI i campi la virtù sta nel mezzo. Quindi vanno benissimo nuovi materiali che derivano da tessuti riciclati, legno, fungo, cocco, alghe e chi più ne ha più ne metta ma non disprezzate la cara vecchia pelle perché può dare e darà grosse soddisfazioni a chi saprà scegliere e prendersi cura di lei ancora molto molto molto a lungo.

Buoni passi e a presto!

Giacomo.

Come assaporare veramente lo shopping?!

Avete mai potuto notare la differenza dello shopping effettuato presso la boutique di molti brand globali e quella in un negozio specializzato?

Quant’è bello entrare in un piccolo negozio?

Diciamocelo, di solito quando entri in un negozio che sia di una grande catena multimarca, qual’è il massimo dell’attenzione a cui possiamo aspirare? Un frettoloso “buongiorno-le serve qualcosa in particolare?-se ha bisogno chieda pure-le sta benissimo si vede che è proprio il suo stile-” Il più delle volte ripetuto o seguiti a distanza come puntati da attenti predatori.

E ci si infastidisce.

Molto spesso chi lavora in certi ambienti non lo fa per passione o per una vera vocazione professionale, il più delle volte è un passaggio da uno store all’altro, da un brand all’altro, da un momento di vita più o meno lungo fino al successivo. Quindi la formazione data è centrata solo a quello, alla vendita rapida. Alla quantità. A questo si è spronati. Difficilmente chi riceve questo approfondirà il tema per il solo gusto o piacere personale. Le qualità richieste sono: “velocità, capacità di raggiungere gli obiettivi preposti dallo store-manager, lavoro di squadra, gestione dello stress, flessibilità oraria”

Punto.

Il discorso cambia quando si entra in un negozio singolo, diciamo, che tratta articoli non necessariamente di alto livello ma comunque con una particolare attenzione alla qualità dei materiali ed allo stile. Questo spesso porta ad avere anche una certa attenzione al servizio offerto al cliente, che sia storico o di passaggio. Perché è facile che chi entra in un certo tipo di attività abbia una sorta di amore non solo verso ciò che compra ma soprattutto verso il suo tempo e come gradisca passarlo. Chi vende sa che può aver a che fare con persone di una certa pignoleria diciamo, che vogliono soddisfatte anche loro particolari curiosità inerenti composizione, costruzione, provenienza. Quindi è sicuramente formato e se non è il proprietario dell’attività è stato scelto quantomeno per la sua attenzione a quel prodotto in particolare. Capita di incontrare chi ha una vera e propria passione per ciò che vende e allora lì difficilmente non scatta la sintonia venditore-cliente.

Partono i consigli, i confronti, i suggerimenti estetici più mirati. Dite la verità, se vi è mai capitato in questi casi quanto è più soddisfacente lo shopping? Ancora di più se il venditore capisce che si tratta di qualcosa di speciale per voi. Se invece siete dei novellini di un certo tipo di acquisto ma vi mostrerete genuinamente curiosi e disponibili a farsi consigliare difficilmente un buon venditore vi deluderà.

E qui torniamo al vecchio discorso se vedete un articolo che vi piace, il prezzo non è un problema ma l’insegna o il nome del negozio non vi dice nulla….e andiamo! Superate le diffidenze ed entrate, potreste cominciare a scoprire un mondo nuovo fatto di contatto umano, empatia, assistenza, qualità.

Il mio lavoro consiste anche in quello, prendervi per mano e soddisfare qualunque vostra necessità riguardante l’acquisto di calzature facendo in modo che ovunque vi troviate possiate avere al vostro fianco chi si occupi della vostra soddisfazione duratura. Vi posso guidare alla scoperta di un mondo esclusivo ed affascinante fatto di qualità, stile, passione.

Buoni passi

Giacomo

AppariScienZa: ovvero, come valutiamo il lusso?

L’abito non fa il monaco e questo vale anche per gli oggetti di lusso o altissimo livello. Non farsi abbagliare da brand e chiacchere porta ad avere grandi soddisfazioni.

Spesso si crede che un oggetto debba dimostrare il proprio valore con un estetica che lo urli a squarciagola tramite determinate caratteristiche. Siano essi colori o materiali l’essenziale è che sia semplice capire che sia qualcosa che costa, molto. Ci sono determinati particolari che vengono unanimemente riconosciuti come di pregio, ricercati, in poche parole di LUSSO. Anche chi non ha la benché minima nozione in proposito può tranquillamente supporre che una borsa in coccodrillo o pitone abbia un costo elevato; cito questi come esempio perché semplici da reperire nell’immaginario comune. Se poi a tale particolare affiancate un nome se non di pregio quantomeno globalmente famoso e riconosciuto il gioco è fatto; quello è un oggetto di LUSSO e possederlo rivendica una sorta si status sociale.

Discorso semplice dopotutto no? Certo mi direte voi. Ma in certi casi ciò non vale.

Questo capita più spesso nel mondo dei piccoli brand di nicchia, con produzione ridotte, manovalanza super-specializzata, attenzione elevatissima alla qualità dei materiali ed alla scelta degli stessi, alto livello delle rifiniture, possibilità di personalizzazione di molti aspetti dell’articolo. Poi ci sono le produzioni strettamente artigianali che non vuol dire siano su misura ma il più delle volte prevedono tirature limitatissime di qualche decina di paia, sempre con una particolare attenzione alla qualità ed alla fattura. Ed anche qui quasi sempre il prezzo non è l’unico fattore indicativo del livello dell’artigiano poiché in quest’ambito valgono regole diverse dettate dalla qualità non solo dei materiali ma anche della mano che li ha creati.

Molte volte sono gli occhi più attenti ed esperti a poter godere il piacere di scovare certe chicche. Capita le si veda indossate o presentate senza clamore in un negozio e tra appassionati ed adepti del #belloebenfatto c’è una sottile intesa, complicità quasi sia nel mostrare/portare un dato articolo sia nel dimostrare di averlo riconosciuto. Chi indossa capi od accessori di alto livello non brandizzati non lo fa come dimostrazione di successo alla “massa” ma per un proprio piacere che consiste ANCHE nel sapere che lì fuori, da qualche parte, qualcun’ altro in grado di apprezzarlo c’è e magari si lascerà sfuggire una fugace occhiata di approvazione.

Indipendentemente dal #brand o dal nome di chi ha creato un oggetto quel che conta sono le sue qualità intrinseche. L’artigiano avendo una sua linea guida non ha limiti imposti e può far si che quelle qualità siano espresse al massimo delle loro possibilità. Ecco un’ esempio eclatante, quanti crederebbero senza dubbi che qui sotto sia presentata una calzatura prodotta con uno dei pellami universalmente più pregiati ed apprezzati e creata da uno dei nomi più rinomati della calzoleria mondiale? Tra quelle presentate qui sopra e questa un vero appassionato non ha il benché minimo dubbio sulla scelta. Vi sembrerà strano eppure è così. Non farsi mai ingannare dalle apparenze, nell’artigianato questo conta più che mai. E vale non solo per il prodotto in sé ma anche per chi lo presenta.

Un oggetto creato a mano con passione e dedizione dovuta ad un lungo apprendistato che oltre alle competenze spinge anche alla ricerca del proprio stile, della propria idea che poi si materializzerà in oggetti con un segno distintivo. Ognuno avrà il suo ma per chi compra questi articoli ci sarà sempre un filo conduttore che li accomuna e questo sarà la QUALITA’.

Qualità che vi consentirà di avere qualcosa che non solo potrà accompagnarvi anni, assumendo connotati dovuti alla vostra personalità e assorbendo i segni del tempo, mutando ma che vi consentirà talvolta addirittura di tramandare. Quel che è fatto bene ha il valore aggiunto di poter essere riparato, meglio è progettato/creato più facile sarà ripararlo, adeguarlo al passare del tempo, ai cambiamenti fisici o stilistici restando sempre comunque con voi. Tutto questo per spiegarvi quali siano i vantaggi di un acquisto probabilmente più costoso di quanto vi propone il semplice sistema fast fashion, che vi priva della vostra identità guidandovi verso scelte preconfezionate mirate a far spendere meno ma spesso, buttando velocemente e quindi sprecando.

Fateveli due conti in tasca seriamente, vedete cosa vi serve realmente e come ottenere da questo il massimo risultato. Vedrete che, giocoforza, l’asticella penderà dalla parte di ciò che mira alla vostra soddisfazione duratura, non all’innamoramento fugace. E poi, diciamocelo, un’ acquisto ben pensato, atteso, desiderato, pianificato nel modello, spesa economica, stile… quanta soddisfazione in più vi dà?! Quindi come ho fatto più volte vi invito a soppesare, toccare, osservare, annusare ciò che state per comprare. Sì, anche annusare perché se un articolo in pelle ne porta l’odore è già un bel biglietto da visita. Distaccatevi dalla necessità di un nome famoso, andate oltre!

Seguiteci e imparerete anche riconoscere i tratti distintivi, ci impegniamo per far si che questo possa avvenire per il maggior numero di voi. Per il futuro abbiamo grandi progetti in proposito, ne godrete ancora di più i risultati.

A presto e … buoni passi!

Giacomo

Come? Scarpe classiche … senza calze?! Parliamone.

Per tanti uomini una vera offesa allo stile ed alla decenza. Non sono completamente d’accordo e qui vi espongo la mia opinione e il perchè secondo me …

So che può sembrare a qualcuno un argomento futile se non addirittura sciocco ma nel mondo maschile viene dibattuto più spesso di quanto si pensi. Si perchè se durante 3 stagioni su quattro il problema non si pone, poiché è relativamente semplice trovare calzature che siano confortevoli in primavera – autunno – inverno altrettanto non si può dire per l’estate. Perchè in estate guarda un po’ fa caldo, quindi indossare scarpe formali mentre all’esterno ci sono 25-30° può essere poco piacevole. Ci sono alcuni escamotage che si possono attuare per ovviare a questo, i quali però hanno la necessità di essere ben accordati tra loro. Non entrerò TROPPO nel discorso stile perchè a parte alcuni punti fondamentali credo che sia un tema molto molto personale. Fondamentalmente molti dei suggerimenti che troverete qui sono applicabili anche al mondo scarpe Donna

Un punto fondamentale ed imprescindibile nel portare la calzatura formale secondo me è che non si faccia mai senza la calza. Per un discorso di continuità di stile nel rapporto tra abito e calzatura l’accessorio calza non è tralasciabile. E’ veramente un pugno in un’occhio per quanto riguarda l’estetica. Dalla stragrande maggioranza degli appassionati è considerata una scelta anzi volgare e di pessimo gusto, molto superficiale e rozza. Ci sono delle eccezioni? SECONDO ME, si. Ovviamente dipendono dallo stile della calzatura. Per la suddetta maggioranza l’unico modello utilizzabile senza calza è la “boat-shoe” la scarpa da barca. E fino a qui tutto ok.

Io sono più possibilista verso altri modelli. Ad esempio il mocassino, o loafer, essendo un modello di calzatura più spensierato permette ALCUNE licenze in determinati casi. In primis, il colore. Questo gioca un ruolo fondamentale nella PERCEZIONE del rapporto piede-calzatura-ruolo.

Se un mocassino è di fattura particolarmente leggera e di tinte chiare-pastello o addirittura osa colorazioni più vivaci e viene abbinato ad un’ abbigliamento dichiaratamente informale e spensierato l’abbinata “senza calza” per me è accettabile. Un mocassino beige di nappa e sottile fondo cuoio, estremamente flessibile ben si abbina ad un completo in cotone o lino e tiene distanti dalla scelta sneakers che secondo me è la vera sciatteria. La sneaker del gentleman ben vestito è la loafer. Con i colori è bello giocare e prendersi licenze nei periodi estivi: un bel mocassino azzurro, verde, rosso o rosa possibilmente con tinte sfumate è una vera gioia per gli occhi e l’umore ed è assolutamente accettabile per passeggiare rilassati e confortevoli durante le stagioni più calde. Ovviamente in ufficio o durante incontri- eventi formali va lasciato ben bene in scarpiera, a meno che non sia un’aperitivo lungolago-mare-canale tra colleghi. Quindi, per me certi modelli di calzatura classica sono ammissibili senza l’uso della calza a patto che trasmettano un senso di leggerezza, comfort e disimpegno tanto nella costruzione quanto nella colorazione.

Colori vivaci o pastello alleggeriscono lo spirito della calzatura rendendone più disimpegnato l’aspetto.

Ora entriamo in un discorso più “serio”, COSA compromette il comfort dell’utilizzo senza calza?

IN PRIMIS la fattura della calzatura. Con questo intendo innanzitutto la qualità della lavorazione e del pellame che la compongono, senza eccezione per nessuna parte di essa. NESSUNA! Perchè il piede è infinitamente più debole della scarpa ed infilarlo nudo in un articolo mal fatto equivale ad una condanna. Quali sono le caratteristiche che dovrebbero essere imprescindibili ? Innanzitutto materiali NATURALI il che si traduce in PELLE ovunque. Tomaia, fodera, suola tutto dev’essere in pelle-cuoio. Perchè la pelle assorbe il sudore e ne rilascia buone quantità in breve tempo permettendo la traspirabilità.

Questa etichetta DEVE essere presente su almeno uno dei pezzi che compongono il paio. Solitamente sulla suola.

La parte della scarpa che più si trova a contatto con il vostro piede è:

la FODERA. Questa DEVE essere in pelle di alta qualità, morbida e flessibile. Uno dei materiali migliori che potete trovare per questo è L’AGNELLO: morbidissimo, flessibile, un comfort totale in qualunque situazione e in qualunque scarpa. La fodera è un punto in cui l’attenzione del produttore spesso si fa più vaga perchè lo è anche quella dell’acquirente. Se ne avete la possibilità poi scegliete scarpe sfoderate, per me il top ma necessitano di una costruzione e di un pellame della tomaia ottimi perchè non deve assolutamente graffiare in alcun punto.

IL SOTTOPIEDE: ovviamente in pelle e possibilmente intercambiabile poiché il sudore prima o poi lo rovinerà.

Aggiungere un sottopiede con sostegno all’arco plantare aumenta notevolmente il comfort.

LA SUOLA: materiale migliore in assoluto il cuoio, che deve avere uno spessore non superiore ai 4mm. Io per le mie sto tra i 2,5 e i 3 sinceramente. Ed anche questo deve essere di buona qualità, non cartone e diffidate come la peste del cuoio riciclato. Si tratta di cascami e residui di cuoio macinati e tenuti assieme con collanti che tutto assicurano fuorchè la traspirabilità. Mi pare scontato dirlo ma delle derby o oxford magari doppia o tripla (!) suola portate senza calze sono assolutamente ridicole, stridono con tutto il resto come un coltello su di una lavagna.

LA TOMAIA: Qui discorso a parte ed importante. Punto cruciale di questa in un ambiente caldo è il tipo di concia a cui è stata sottoposta. La concia è il processo che permette alla pelle di diventare imputrescibile e di mantenere tutte le sue caratteristiche nel tempo. Ci sono due modalità di concia, quella vegetale e quella al cromo. La prima è assolutamente preferibile soprattutto nei periodi caldi perchè la pelle mantiene caratteristiche di traspirabilità molto elevate, difficilmente rilascerà colore su piedi-calze e riduce al minimo le reazioni allergiche. Di contro più difficilmente troverete scarpe con aspetto “luccicante” che abbiano il pellame conciato al vegetale. La concia al cromo da una base di colorazione alla pelle più stabile ed omogenea diciamo per cui poi le tinte riescono ad avere più facilmente certe tonalità ed a mantenerle inalterate.

Ecco del pellame trattato con concia al cromo, nella tipica colorazione che assume alla fine del processo.

Attenzione ho detto “difficilmente” non impossibile. L’effetto suddetto è ottenibile anche sul pellame “vegetale” ma la scarpa deve essere veramente di ottima fattura poiché il produttore si sarà prodigato con cere e tecnica per far si che assuma un tale aspetto.  Rispetto ad una pelle conciata al cromo, la tempra della pelle al vegetale è generalmente più rigida e compatta, anche se molto dipende dalle ricette e dagli ingrassi utilizzati. Il bello di questo pellame è che le sfumature sono sempre più evidenti con il passare del tempo.

D’altro canto è molto più semplice trovare scarpe a buon mercato che abbiano facilmente un’ aspetto più “formale” con concia al cromo in quanto le colorazioni che poi saranno possibili su questo tipo di pellame si presenteranno come totalmente uniformi, lucide, a specchio anche. Questo però permette di scovare questa caratteristica in quanto il rapporto qualità-aspetto-prezzo diventa più evidente. Quindi, se pensate di usarle senza calze scordatevelo perchè faranno soffrire il piede: suda, si gonfia e la reazione tra il sudore e i componenti di tomaia-fodera ( perchè una buona fodera se il prezzo non è adeguato difficilmente si trova) può portare facilmente ad irritazioni e cattivi odori.

Possiamo poi fare una breve digressione sulle scarpe da uomo in un’ altro materiale meraviglioso che è la RAFFIA. Qui l’abilità e l’attenzione di chi le produce deve essere a livelli altissimi per far si che dia quel comfort assoluto in condizioni di caldo torrido che solo un materiale simile può dare. TUTTO in essa deve essere di ottima qualità. Materiale morbidissimo e manovalanza esperta produrranno un articolo fresco, comodo, affascinante. Probabilmente la difficoltà maggiore nella produzione di una scarpa simile è far si che pur essendo SFODERATA non sfreghi sulla pelle del piede, assolvendo così al suo compito di scarpa sì di stile ma soprattutto confortevole nei climi più caldi.

Per me LA SCARPA del gentleman estivo in relax dovrebbe essere quella. Certo richiede un certo grado di savoir-faire e portamento spensierato che forse in Italia non è proprio parte del nostro bagaglio per quanto riguarda la scarpa maschile ATTUALMENTE ma nel passato era più semplice trovarla in certe zone d’Italia, quindi chissà non si possa assistere ad un ritorno. Al momento è più semplice trovarla di brand etraeuropei.

Ora andiamo brevemente in un’ altro tema che può rendere più o meno piacevole l’utilizzo di una calzatura senza calze: la vostra alimentazione. Pare incredibile vero ma quello che assumete giornalmente attraverso il cibo influenza vari fattori tra i quali l’acidità del vostro sudore. Non è certo una novità che il corpo espella tramite sudore alcuni principi assunti con l’alimentazione e che taluni siano così anche recepibili diciamo, all’olfatto. Quindi anche regolare la propria alimentazione può portare benefici in quanto il piede, nudo e costretto in un’ ambiente potenzialmente caldo, è una delle zone in cui mediamente si suda di più e unito al movimento questo crea un mix di fattori in grado di compromettere il comfort.

L’equilibrio tra l’assunzione di cibi acidificanti ed alcalinizzanti fa parte del benessere fisico

Mangiare cibi ricchi di zuccheri, alcool o con grado di acidità elevato è notorio non faccia bene né alla circolazione né al nostro fegato il quale, poveraccio, se intasato di certe sostanze non riesce ad elaborarle adeguatamente e trasmette a tutto il corpo questo malessere. Non ultimi i piedi che risulteranno più suscettibili di gonfiore e secrezioni acide che porteranno irritazione cutanea e odore sgradevole. Se in più aggiungete una vita sedentaria o magari ore seduti ad una scrivania potete ben immaginare quale sia il risultato. Quindi Evitare di usare scarpe senza calze anche se prevedete di muovervi poco, eviterete così il gonfiore. E non pensate di toglierle mentre sono gonfi, non riuscirete più a re-infilarle!

Quindi, eccoci arrivati alle conclusioni finali. Ripeto, conclusioni PERSONALI per quanto riguarda il gusto e lo stile.Se volete conservare un certo stile anche durante i mesi più caldi ma concedervi delle piccole digressioni si può fare se con gusto e un minimo di attenzione. A me piacciono un sacco le scarpe colorate in primavera-estate e non disdegno lo stile “socks-free”.

Gentlemans, a voi la scelta

Ma come sempre, buoni passi!

Giacomo

Come la “Generazione Z” cambierà il mondo?

La “Generazione Z” , ovvero i nati alla fine degli anni ’90, hanno un grande potere sul mondo futuro. E lo stanno già influenzando.

Hands holding the abbreviation Gen Z

Da quanto si legge “in giro” sono ancora troppi i brand che sottovalutano l’importanza della cosiddetta “generazione Z“, attribuendo scarso interesse ad una generazione definita troppo giovane per apprezzare i prodotti di punta di brand storici&classici. Una QUALSIASI realtà che si occupi di articoli lusso non può non tenere conto della generazione Z nel pianificare le proprie strategie commerciali per l’immediato futuro. Non è mai esistita una generazione tanto rapida, connessa, attenta ai cambiamenti, alla relazione tra uomo-ambiente e cresciuta in un momento di grande evoluzione. E’ una generazione che ha recepito il grosso salto dell’ultimo anno e non presterà attenzione a chi non rifletterà i valori che secondo loro sono importanti. Quindi è necessario fare in modo che le aziende, anche le più grandi, facciano attenzione, la generazione Z porta al momento tra il 10 e il 15% del valore del mercato del lusso e se non sono interessati ORA al vostro brand tantomeno lo saranno in futuro perchè sarete già stati scartati. Vivono alla velocità delle connessioni, interscambiano informazioni, studiano i prodotti, chi li fa, dove, come. E si stanno dimostrando anche grandi amanti dello stile classico possibilmente rivisitato. Quindi BEN VENGANO LE COLLABORAZIONI così che anche un brand abituato ad avere un acquirente medio nella fascia d’età più avanzata ha ottime possibilità di coinvolgimento se prende al volo l’occasione di reinventarsi sull’onda delle contaminazioni , dei nuovi materiali ecc…

Il che non vuol certo dire cambiare in toto la linea ma crearne una ad-hoc dimostrando anche flessibilità, curiosità ed intelligenza. E coraggio, cosa che non guasta in questo momento storico. Probabilmente anche chi si dovesse trovare a gestire una nuova realtà come questa dovrà essere di una qualche generazione più giovane rispetto a quanto siamo abituati ma sarebbe il caso che anche in Italia si cominciasse a pensarci. Il mondo al di fuori del nostro paese sta volando mentre qui si aspetta che “tutto torni come prima” senza tenere minimamente in conto il fatto che il prima ci ha portato alla situazione attuale e ritornarci non sarebbe fare un passo avanti vero un migliore futuro ma al classico MENO PEGGIO a cui siamo tanto affezionati ed abituati in Italia, quasi fosse la nostra zona di comfort più rappresentativa e congeniale.

Io vi consiglio di aprire gli occhi a nuovi orizzonti da conquistare sfruttando l’enorme know-how storico che il nostro paese ha per proiettarvi nel futuro. Che sarà diverso, mettetevi l’anima in pace.

HOW THE “Z GENERATION” WILL CHANGE THE WORLD?!

From what we read “around” there are still too many brands that underestimate the importance of the so-called “Generation Z”, attributing little interest to a generation defined too young to appreciate the flagship products of historic&classic brands. Any reality dealing with luxury items cannot but take generation Z into account when planning its business strategies for the immediate future. There has never been such a rapid generation, connected, attentive to changes, to the relationship between man-environment and grown in a moment of great evolution. It is a generation that has taken on board the big leap of the last year and will not pay attention to those who will not reflect the values that they believe are important. So it is necessary to make sure that companies, even the largest ones, be careful, generation Z brings at the moment between 10 and 15% of the value of the luxury market and if they are not interested NOW in your brand, much less they will be in the future because you have already been discarded.

They live at the speed of connections, they exchange information, they study products, who makes them, where, how. And they are also proving to be great lovers of the classic style possibly revisited. So welcome collaborations and even a brand accustomed to having an average buyer in the older age group has a very good chance of involvement if it takes the opportunity to reinvent itself in the wake of contamination, new materials etc…
This certainly does not mean changing the line in its whole but creating an ad-hoc one, also demonstrating flexibility, curiosity and intelligence. And courage, which is not bad at this historic moment.

Probably even those who have to manage a new reality like this will have to be some generation younger than we are used to but it would be appropriate if even in Italy we began to think about it. The world outside our country is flying while here he expects “everything to return as before” without taking into account the fact that the first one brought us to the current situation and returning there would not be a real step forward a better future but to the classic LESS WORST to which we are so fond and accustomed here in Italy , as if it were our most representative and congenial comfort zone.


I advise you to open your eyes to new horizons to be conquered by exploiting the enormous historical know-how that our country has to project you into the future. That will be different, put your soul in peace.

Alla fine il blog và su Youtube!!!!

Come comprare articoli di qualità senza avere sorprese dopo? Come prendersi cura delle scarpe? Cosa distingue i vari materiali? Nel blog e nel vlog troverete ogni settimana informazioni utili e pratiche.

Ebbene si, alla fine mi sono deciso ed ho aperto il canale youtube dedicato al sito. Al momento non ha nulla di perfetto; definizione, luci, scioltezza (!) però il concetto è chiaro e semplice; mettere alla portata di più persone possibili nozioni e strumenti per valutare le proprie calzature e futuri acquisti.

Come nel blog si parlerà un po’ di tutto ciò che riguarda calzature, shopping, sostenibilità, lavoro. Al momento i video sono tutti sulle scarpe, a parte uno, ma come vi ho appena detto si spazierà. Ovviamente se avete domande o suggerimenti oppure argomenti di cui vorreste avere una dimostrazione pratica farò in modo di potervi accontentare. Credo che certe cose viste in “diretta” siano più semplici da comprendere per chi non è proprio del mestiere o si stia avvicinando giusto ora al mondo della calzature.

Quindi bando alle ciance eccovi il link al canale Jack Babush – YouTube

Iscrivetevi ed avrete il classico avviso ogni volta che pubblicherò un video, cerco di mantenere la media di uno a settimana. Sto anche facendo in modo di essere il più possibile esaustivo in poco tempo, anche qui le vostre opinioni saranno molto importanti. Fatemi sapere.

CHE DIRE, CI VEDIAMO LI!

Giacomo.

Come è possibile?! Lusso = riparare ?!

Vogue pubblica un articolo magari banale per gli addetti ai lavori ma che può aprire nuovi orizzonti a chi finora ha acquistato inconsapevolmente

Buongiorno a tutti

Qualche giorno fa una persona che stimo ha portato la mia attenzione su di un’articolo di #Vogue che, squillino le trombe, afferma quanto segue: il vero lusso è poter riparare!!!! Mamma mia e chi lo avrebbe mai detto? Menomale che ci ha pensato Vogue sennò noi avremmo brancolato nel buio dell’ignoranza più bieca. Ironia a parte, alla buon’ora. E’ una cosa che chi frequenta il mondo dell’artigianato, del fatto a mano, del su misura, su ordinazione ecc ecc… sa da sempre. Però come spesso accade chi ci vive dentro dà per scontato che una cosa ovvia per lui lo sia altrettanto per buona parte del resto del mondo. Ovviamente non è così. Non saremmo qui a parlarne e i lettori di Vogue probabilmente in questi giorni non sarebbero illuminati da un cono di luce mistica…

Ora appurato questo il discorso finisce qui? Per qualcuno magari sì, per me no. Anzi, mi date il “LA” per martellare ancora di più di quanto non abbia già fatto negli anni prima. Perchè il discorso è lungo e se vogliamo anche un po’ complicato e in mezzo ci finisce sempre la mancanza di cultura, attenzione, informazione che avvolge il cliente medio indipendentemente dalla capacità di spesa. Vi spiego cosa intendo. Perchè c’è bisogno che un magazine come Vogue accenda la luce su di un concetto tanto semplice?

Perchè evidentemente negli ultimi 30 anni la spinta di buona parte del mercato globale è stata verso il “quando si rompe lo butto e via” per definire il lusso, l’agiatezza, la tranquillità economica. Questo ha portato l’utente medio a disinteressarsi delle qualità di ciò che comprava perchè nell’animo umano è da sempre insito l’istinto di dimostrare che si è “degni di….” o “uno scalino sopra a…” e per arrivare a poter dimostrare questo cosa c’è di più semplice, liberatorio e pompa-ego del poter buttare-e-ricomprare?

“Cattivik contro Berlusconi” 1992 (quanto ho scavato per ritrovarlo)

Ovviamente questo indipendentemente dal grado di benessere a cui si può aspirare; ricchi o poveri ognuno nel suo habitat ha per anni fatto o anelato di poter fare, così. Ciò, come già detto, probabilmente ha influenzato anche le abitudini dei figli e gli echi degli insegnamenti dei nonni erano ormai sempre più lontani. Con sommo gaudio dei brand eh, crederete mica che questa tendenza abbia offeso i nobili lignaggi dei marchi storici? Chi si straccerebbe le vesti se il cliente affezionato passasse dal far riparare ad acquistare un pezzo nuovo magari dello stesso brand? Andiamo ancora più in profondità, credete sia gratis mantenere manovalanza e sistema di gestione ricezione-valutazione-spedizione? Credete che un brand guadagni di più vendendo un paio di scarpe nuove top di gamma o riparandone? Credete sia facile la formazione del personale, mantenere un archivio dei pezzi, pellami, colori, forme? Credete sia gratis per un brand stoccare tutto questo? Come pensate si svuotino i magazzini di pezzi prodotti?

Quindi immaginate quanto sarà dispiaciuto a chi “tiene la contabilità” constatare che avrebbero potuto così abbassare le spese senza perdere in guadagni, ANZI era giunto il momento giusto per abbassare la qualità!!! EUREKA, nessuno dei nuovi clienti se ne sarebbe accorto perchè la cultura sta morendo ed era assolutamente importante continuasse così. E così è stato. Basta fare un giretto in una boutique di lusso qualsiasi, ve ne faccio un esempio al volo qui sotto:

Quelli in legno sono tacchi di lusso, che trovate solitamente (ormai quasi solamente) nelle scarpe su misura. Quelli con i puntini colorati sono tacchi in plastica che come potete vedere non sono prerogativa solo degli articoli da mercato. Attenzione, dico TACCHI non soprattacchi. Nelle foto ho evidenziato con puntini colorati le zone di fissaggio del soprattacco in plastica al tacco in plastica. Che all’interno sarà quasi completamente cavo, con un bel risultato: suonerà come un tamburo durante la camminata e si rischia di scivolare più facilmente perchè il soprattacco DEVE essere di plastica per reggere il lavoro e il peso ( appoggiati sul nulla ) e se comunque dovesse partire la riparazione non sarà né molto semplice né di sicura tenuta perchè la base su cui si lavora è farlocca. – Ma costano molto ugualmente.

COMINCIATE A SENTIRLA LA FREGATURA?

Ho passato anni in laboratori di riparazione di scarpe e borse, dalle più banalotte a quelle di lusso estremo. E sorrido quando un giornale si spertica in elogi di un brand che ripara calzature, per quanto sia una cosa assolutamente gradita. Sorrido perchè intanto non ci vuole molto a capire come mai esca ora un’articolo del genere e poi perchè mi domando se il giornalista abbia chiesto quanto tempo sia necessario per avere la scarpa riparata dal produttore e quale sia il prezzo. Io posso dirvi che in un periodo vicino della mia vita ho passato 2 anni ad un ritmo di 2 paia al giorno di calzature goodyear uomo a cui ho ripristinato la suola in toto portate da clienti che non volevano aspettare i tempi prospettati dai brand oppure, ed è peggio, non erano nemmeno al corrente che il brand da loro amato offrisse quel servizio. E questo è molto grave perchè finchè una scelta è dettata da una qualche convenienza di tempistica-economica è una scelta comunque personale ma quando è guidata da un’ignoranza qui c’è anche il “concorso di colpa” da parte del brand.( E anche a questo proposito avrei aneddoti ma poi ci dilunghiamo troppo.) Perchè o chi ha venduto la scarpa non ha ritenuto necessario farlo oppure… …

Ma ADESSO spuntano fanciulleschi aneddoti sulla tradizione della riparazione, 9 mesi fa era roba da poveracci. Se chi vende determinati articoli, qualunque essi siano, non mette in luce tra i pregi del prodotto la possibilità che esso sia riparabile grazie alle sue qualità… beh chi dovrebbe farlo?! Comunque, frecciate a parte, il problema di fondo resta sempre quello; cancellazione della cultura. Una mancanza sistematica, reiterata e grave per quanto concerne la percezione del reale VALORE DELLE COSE. Il loro valore viene dato dalla qualità e per lungo tempo alta qualità ha voluto dire possibilità di ripristino. Sempre da mani esperte ovvio ma la certezza di poter contare sul fatto che un oggetto fosse tanto ben realizzato/progettato da poter essere riparato N volte con pezzi originali o meno ma comunque la struttura lo avrebbe concesso, sopportato. E sarebbe tornato utilizzabile. E più sono i pezzi indipendenti tra loro più accurata ed efficace può essere la riparazione. E più sono questi pezzi più lavoro c’è dietro sia di realizzazione che di progettazione. Quindi è costato di più produrlo ma con un’ intento ben preciso che non sarà stato quello di spennare il cliente ma anzi, conquistarlo con un’ oggetto che possa accompagnarlo nel tempo e nella vita. Io ho articoli che hanno 15-20-35 anni e a volte mi fermo a pensare guardandoli, cosa hanno affrontato, visto, superato nella vita assieme a me. E ne hanno i segni, fisici, ma sono bellissimi anche per questo.

E quindi si, sostenibile è ciò che può non solo durare a lungo ma soprattutto che possa essere riparato, modificato perchè così facendo porta a un minor numero di acquisti. L’impronta ecologica di un articolo simile sarà sempre più bassa di quello di un usa-e-getta e anche la resa economica sarà ben diversa. E cercate anche nei mercatini, perchè no io lo faccio sempre e trovo ottimi affari che durano anni. Poi date spazio alla fantasia facendo modificare o adattare e così darete anche lavoro a qualcun’altro. E pensate a quanto positivo sarà l’impatto di quell’articolo sull’economia. Che diventa davvero circolare.

Il sottoscritto mentre prova un montone d’epoca in un negozio dell’usato a Milano; un capo che 30 anni fa costava quanto una moto.

Quindi volete essere più sostenibili? 1) Comprate meno ma di vera qualità che non viene data sempre dal prezzo 2) quando comprate domandate quante più informazioni possibili al negoziante, anche se offrono loro stessi un servizio di riparazione ad esempio 3) fatevi una cultura di base per quanto riguarda i material 4) cercate anche nell’usato “di razza”, avrete grandissime sorprese. Il sermone è finito, andate in pacifica sostenibilità e che San Vogue continui a rinfrescare le giovani menti sui principi essenziali del bello&benfatto nonché criteri di sostenibilità vera. Dopotutto come dico spesso l’importante è che qualcuno con adeguata “potenza di fuoco” accenda i riflettori su di un’ argomento utile a tutti.

Io, che non ho quel seguito, continuerò a farlo sperando si aggiungano altri. Buoni passi e a presto.

Giacomo

COME SIAMO NOI DEGLI ANNI ’80 (o quasi) ?!

Come stiamo influenzando questo momento storico noi nati negli ultimi anni 70 – inizio 80? E come lo stiamo vivendo?

Buongiorno a tutti; sono nato nel 1977, ho 43 anni e qualcosina ed ora cercherò di analizzare come questo abbia influito sul mio modo di percepire ed affrontare certi argomenti.

L’argomento principe in questione sarà la sostenibilità, il riciclo ed il riuso. Stavamo affrontando in un post su Linkedin il tema del come mai in Italia non ci siano grandi brand che abbiano fatto della sostenibilità la loro principale bandiera, esponendo i capi creati con questo principio in prima linea nelle vetrine e nei social, spiegando perchè questo sia importante e come ci si possa arrivare.

Si ragionava sulla questione se l’italiano medio fosse pronto ad affrontare seriamente un argomento del genere e se non lo sia, come mai. Così ho pensato a me ed alla maggior parte delle persone che conosco che sono tutti se non coetanei, quasi. E cosa ci accomuna di più se non il periodo in cui siamo nati & cresciuti? Un periodo direi di benessere in Italia, in cui le nostre famiglie potevano cominciare a godere di un certo benessere cercando di trasmettere anche a noi questo status mentale. Negli anni ’80 si ebbe un certo boom, che fosse reale o “pompato” non importa perchè in quel periodo noi ragazzi vivevamo con i primi cartoni animati giapponesi; quindi una certa visione del futuro, pubblicità martellanti che spingevano ad acquistare beni inutili ma stilisticamente affascinanti e strutturalmente “avanti”, cibo spazzatura super colorato e dolcificato.

Ed in tv ed al cinema venivano proposti concetti di successo legati alla furbizia, l’ostentazione, l’arrivismo, il farcela ad ogni costo (vi ricordo le serie di cinepanettoni o film tipo “una poltrona per due” che parla di tutto fuorchè principi sani ma da 30 anni film cult italiano… fatevi 2 conti ) . Non ultimo il movimento dei “PANINARI” ricordate? Brand all’ennesima potenza con i primi schieramenti di fan ed articoli super visibili e costosi anche se, spesso, di buona qualità (ma questa è un’altra storia)

Quei ragazzi al momento hanno appunto 40-50 anni ed hanno un background culturale così: usa e getta, nuovo e più grande è meglio, tutto ciò che non ne fa parte è da perdenti o “nerds”. E da qualche parte questo è rimasto infondoinfondo in noi. E non crediate che questo sia sfuggito al mercato, per cosa credete siano fatte certe campagne che sfruttano l’effetto nostalgia, chi credete che sia il target? NOI, che ora possiamo permetterci quello che all’epoca dovevamo chiedere ai genitori di comprarci.

Comunque, ora i componenti di questa generazione si trovano anche nei “posti di comando” di molte aziende, hanno un potere d’acquisto e famiglie. E tutto questo verrà in parte influenzato da quel background, arrivando in una certa misura consapevolmente o meno anche ai figli.

E così arriviamo alla questione sostenibilità. Ho pensato per quanto tempo non avessi granchè considerato questo fattore o rispetto del sistema mondo inteso come ecologia e il prossimo tuo. Saranno 4 anni non di più che mi interesso di ciò e vedo la vastità delle implicazioni che comporta. Da un lato abbiamo ancora una certa reattività e ricettività mentale che ci aiuta ad accogliere certi concetti, da un lato però siamo anche tra quelli che psicologicamente stiamo subendo di più l’impatto del crollo di un sistema simile, soprattutto quest’anno. Molti brand per noi storici non esistono più ed uno di questi, Rifle, è appena fallito. Altro colpo. Tutto il vecchio background sta crollando, lo sperpero non è più nemmeno immaginabile per molti e ci si accorge di quanto tutto abbia influenzato profondamente il mondo di oggi.

Le connessioni web impongono che non ci si caxxeggi solamente, ma ci si informi e si entri a far parte davvero di un mondo interconnesso su tutti i livelli. Eravamo abituati ad identificare i “VERDI” come una comunità di strani fricchettoni naif, se non addirittura COMUNISTI (!) che si facevano un sacco di problemi inutili riguardo ad un sistema mondo che vedevano come assolutamente distante ed ininfluente. Era superfluo, lo abbiamo etichettato come tale e ce lo siamo portati dietro fino ad oggi. Tutt’ora faticano a trovare spazio questi argomenti all’interno della campagne pubblicitarie, all’interno degli obiettivi dei brand, all’interno delle stesse produzioni dove qualità è ancora adesso meno importante di quantità. Ed ora, pianopiano, ci stiamo accorgendo che probabilmente avevano ragione “loro” ad occuparsene prima. E dovremmo -dovremo- rimetterci in discussione su tutto. Ce la faremo? E in quanti, e saremo in tempo per farlo? E i nostri figli, come e cosa recepiranno di questo?

Io dico che siamo in tempo, che abbiamo la testa e le conoscenze giuste per farlo perchè siamo nati e cresciuti a cavallo di due momenti storici cruciali e fondamentali per il pianeta e dobbiamo usare questo come risorsa: costruire il futuro attingendo anche da quel passato che abbiamo vissuto NON TROPPO tempo fa. E conviene darsi da fare perchè mente noi qui stiamo a pensare che non sia tutto così importante e molti vorrebbero che dopo tutto questo tracollo il mondo commerciale tornasse come prima, il resto del globo và avanti. Da fiducia alla visione di brand giovani, a nuovi materiali, al riavvicinarsi a concetti che erano stati dati per spacciati, quali il “second-hand” , il riuso o la trasformazione di articoli datati in articoli attualizzati.

L’ho già detto un’altra volta: siamo stati a lungo il punto di riferimento della moda e della sua evoluzione e massima espressione di qualità ma questo primato non si mantiene solo dormendo sugli allori. Altri popoli stanno scoprendo questo mondo e facendo propria una certa cultura del bello e ben fatto, imparando a esserne loro stessi i creatori ed ambasciatori di meraviglia nel mondo. Diamoci da fare. Dobbiamo riformare la cultura di ciò che è bello e ben fatto (non solo a livello di materiali ma anche di responsabilità sociale ) a prescindere dal brand appiccicato sopra. Ed abbiamo la responsabilità di farlo anche dei confronti dei nostri figli. DIAMOCI DA FARE.

Buoni passi e a presto.

Giacomo.

Come valutare scarpe da 25 euro???

Possono delle scarpe da 25 euro avere delle qualità apprezzabili?

Qualche tempo fa mi sono arrivate tra le mani queste. Mancava il sottopiede ed erano senza scatola quindi non potevo sapere chi le avesse prodotte. Ma il numero è il mio e mi era stato detto “provale e fammi sapere cosa ne pensi”.

PRIME IMPRESSIONI appena prese in mano: Tomaia in pelle, scarsa qualità ma pelle. Scamosciata. Molto morbida. Colorazione piattissima, in questa tonalità dava veramente l’impressione del cartone. Collarino imbottito rivestito in finta pelle dello stesso tono di colore della tomaia. Lacci in cuoio, apparentemente anche di discreta qualità. Suola in gomma a base siliconica, morbidissima, senza infrasuola, monoblocco ma incredibilmente CUCITA alla tomaia. Si, la cucitura che si vede sul carroarmato è vera. Su di una scarpa con queste caratteristiche è stata davvero una sorpresa. La fodera è sintetica.

PRIMO UTILIZZO: La scarpa è morbidissima, sembra quasi di avere addosso delle ciabattone. Non ritiene quasi nulla, la struttura è totalmente lasca ma fortunatamente si allaccia bene e anche lasciando gli ultimi due occhielli vuoti ma stringendo bene, il piede ha un minimo di tenuta che da sicurezza. La suola è molto leggera, se provate ad appoggiarla allo spigolo di uno scalino vedrete i denti del battistrada piegarsi! E sopratutto è tremendamente scivolosa sul bagnato, una saponetta! I lacci funzionano benissimo, i nodi non si mollano. Il comfort di camminata è buono ma serve un sottopiede in pelle quantomeno. Purtroppo la fodera sintetica non è ovviamente possibile cambiarla e questo si traduce in scarsa traspirabilità e poco isolamento termico, in inverno pieno mi sa faranno soffrire il freddo. Il colore è tremendo ma vederle indossate non sono niente male.

Ok, a questo punto faccio qualche ricerca sul web e scopro chi le produce: ve lo dico alla fine 😉 E scopro anche il prezzo: 25 euro! Questo modello è il più economico, quello non scamosciato sta sui 36…! Bon, ora possiamo veramente valutare bene il rapporto qualità prezzo.

MIGLIORIAMOLE. Innanzitutto il colore agghiacciante: iniziamo spazzolandole con una spazzola di ottone adatta al camoscio. Darà un po’ di vita al “pelino” ultracompresso e lo preparerà ad assorbire un po’ di colore spray. Sono facilmente reperibili nei negozi specializzati, danno colore al camoscio e un minimo di impermeabilizzazione. Io l’ho spruzzato volontariamente in maniera non uniforme, così da creare ombre e variazioni di tonalità rendendone meno piatta l’estetica. Utilizzo un colore “marrone medio”. Tre passate a distanza di 30′ una dall’altra. Risponde benissimo, assorbe molto bene e sfuma dando un tono più reale.

COMFORT: si può far poco e la scarpa di per sé non è male, inserisco un sottopiede in vera pelle morbido, profumato e traspirante. Non lo fisso con collanti proprio per mantenere queste caratteristiche e migliorare un po’ quelle della scarpa.

SUOLA: di qualità scarsa ma provo un trucchetto, consumo leggermente la patina lucida che la ricopre con la carta vetrata passata leggermente.

LACCI: troppo lunghi se non si usano tutti gli occhielli, li taglio di almeno 6cm. Sono sorprendentemente buoni.

Eccole dopo le operazioni: tenete conto che prima la tomaia aveva quasi lo stesso colore del collarino imbottito …

IMPRESSIONI POST-OPERAZIONI.

Prova estetica assolutamente passata, anche perchè ho cominciato subito ad utilizzarle il più possibile e in condizioni atmosferiche pessime. Lo scopo è dare un tono di vita-vissuta al pellame con segni, pieghe e magari qualche strisciata. Ad onor del vero ho anche utilizzato un ottimo impermeabilizzante di rinforzo in seguito e l’efficacia è migliorata ma la qualità del pellame non permette miracoli. Dopo un po’ l’acqua passa. Comunque di primo acchito sono molto più personali. Il sottopiede anche se leggero fa il suo, comodo e isola un po’, purtroppo il resto della fodera in certe condizioni fa sudare il piede e immediatamente dopo fa sentire un po’ di freddo, almeno con calze leggere. Il grip è migliorato molto! Non si scivola più, in nessun caso. Piacevolmente stupito. Però sono veramente delle ciabatte ma come detto prima l’allacciatura efficace sopperisce alla mancanza di “nervo” della struttura.

Potete notale i punti della cucitura della suola e le sbucciature dovute alla carta vetrata e all’utilizzo intenso.
Sottopiede in vera pelle della “Coimbra”, io li trovo davvero buoni.

CONCLUSIONI:

Io quando testo un paio di scarpe non scherzo, vivo a Venezia e faccio il 98% del tragitto giornaliero a piedi e non sono mai meno di 6km. E’ capitato le usassi anche tutto il giorno ultimamente e non ho mai avuto il piede stanco o dolorante, così come la schiena. Per sopperire alla mancanza di isolamento termico ho utilizzato delle calze tecniche da trekking leggero e non ho più avuto freddo. Personalmente lo stile mi piace, riprende quello di certe mocassini alti usati nel nord degli Stati Uniti ed è una via di mezzo tra il boot da boscaiolo e la stringata alta da città. Se la qualità fosse migliore sarebbe possibile usarle tranquillamente anche su qualche sterrato o in campagna. E mi piace avere delle scarpe di livello più basso a volte, mi diverte usarle senza alcun riguardo anzi mettendole proprio “alla frusta” per segnarle profondamente.

Spesso ho avuto grosse soddisfazioni ed un paio – che vi presenterò- le ho usate in ogni condizione meteo e dopo 8 anni reggono ancora. Vedremo queste. Il rapporto qualità-prezzo è tutto dalla loro parte, dopotutto solo per la qualità dei lacci e della suola cucita vi sfido a trovare qualcosa di simile nei classici megastore di calzature di basso livello. Impossibile. Per di più come avete visto qualche altra freccia a loro favore ce l’hanno. Vi ricordo il prezzo, 25 EURO!!! Che dire, io credo che tenendo conto dei limiti e se avete bisogno di un paio di scarpe da maltrattare magari per andare a spasso senza impegno, portare a spasso il cane nei prati, o qualche lavoretto o per sperimentare uno stile country-casual a basso prezzo … possono andare.

Certo non hanno nulla di qualità che faccia presagire una lunga durata e quindi sono tutto l’opposto di quanto consiglio di solito per di più colorazione, fodera e suola sono quanto di più chimico si possano trovare anche se NON puzzano di petrolati. Diciamo che la sostenibilità non è il loro punto forte! Dopotutto il loro produttore è … … AMAZON! Ebbene si, sono le scarpe a marchio Find e arrivano dal Portogallo. Questo aggiunge altre considerazioni in tema di sostenibilità, etica e produzione che se vorrete, farete. Se non ne avete BISOGNO lasciate stare, altrimenti prendetele in considerazione; quantomeno nel loro segmento hanno dei pregi che le rendono più affidabili.

Buoni passi!

Giacomo.